Dono, dunque non spreco. Con «Last Minute Market» l’etica si fa ecosostenibile

Intervista con il Prof. Segré ideatore del progetto internazionale

Viviamo tra un last minute e l’altro: è come se ogni minuto della nostra vita debba essere l’ultimo, tanto che dobbiamo affrettarci per viaggiare, comprare a metà prezzo, prenotare dell’esistenza (pur ogni secondo chè sia scontato con offerta speciale). Ebbene, nell’era dell’ultimo minuto ora sbarca il «Last Minute Market», un’iniziativa di respiro internazionale che invece di spingerci al consumismo sfrenato, ci porta alla riduzione dello spreco. Ossia: basta con i quintali di alimenti, farmaci e libri da buttar via, perché tutto si può riciclare, ma soprattutto donare. L’ideatore di questo complesso progetto è un docente universitario e saggista come Andrea Segrè, preside della Facoltà di Agraria all’Università di Bologna dove insegna politica agraria internazionale e comparata.
Professor Segrè, dire che possiamo donare ciò che dovremmo buttare sembra un programma poco etico, almeno nell’enunciazione.
«Sì, in effetti il programma è molto complesso e la sua semplificazione rischia di guastare tutto. Allora partiamo da una cifra: con il “Last Minute Market”, nel 2003 un ipermercato di Bologna ha recuperato 152 tonnellate di cibo perfettamente consumabile donandolo a enti e strutture. Si trattava di 15 Tir, che invece di finire verso una discarica hanno portato alimenti per 300-400 persone, nutrendoli per tutto l’anno. Ma non basta. La stessa ditta nel 2009 ha ridotto lo spreco: l’ec - cedenza è diventata di 91 tonnellate. Ecco, con questo esempio spiego la finalità del “Last Minute Market”, ossia donare, non sprecare e ridurre i rifiuti».
 
Ecologia e etica, oltre a strategia commerciale?
«Perfettamente. Donare agli indigenti è l’aspetto solidale, ma ci si deve interrogare anche sui motivi dell’ecceden - za e sullo spreco generale che ci coinvolge tutti. Inquinamento e rifiuti fanno parte della nostra azione e quindi vogliamo prevenire modificando e migliorando gli stili di vita. Ovviamente i prodotti che vengono donati non sono certo scaduti: se parliamo di cibo, ad esempio, ci mettiamo quegli alimenti in scadenza che spesso nei supermercati ci mettono sotto il naso, prima di decidere la loro fine. Basta anche una scatola deformata o farmaci inutilizzati e non scaduti, oppure dei libri: sono stati recuperati, ad esempio, tramite le case editrici ben 80mila volumi destinati al macero. Donati anche questi».
 
Quindi si tratta di creare una rete di redistribuzione dei beni?
«Lo stiamo già facendo e il progetto vola dall’Italia all’estero. Ne parliamo anche sul nostro sito. A parte gli accordi con ipermercati e altre aziende (anche in Puglia) abbiamo un programma comune con Brasile e Argentina. E poi a Bruxelles presenteremo in autunno al Parlamento europeo il nostro “Last Minute”».
 
Il risparmio che fa rima con la parola energia.
«Certo. Non è donando gli avanzi dei ricchi che si risolve il problema della povertà, ma si affrontano anche problemi legati all’ecologia, evitando di gettare tanta roba, riducendo l’inquinamento. Tra l’altro il “Last Minute Market” prevede la rete di donazioni in un ambito locale, proprio perché si deve trattare di un progetto ecosostenibile. Sarebbe assurdo pensare di donare Tir carichi di alimentari facendo percorrere loro chilometri e chilometri».
 
E poi c’è il risultato per le aziende: il fatto di controllare gli sprechi e di evitarli. Come si arriva a questo traguardo?
«Mettiamo in piedi la rete ecosolidale, ma è chiaro che puntiamo a far capire alle aziende quali sono gli errori che portano all’accumulo di tanti prodotti invenduti. Lo spreco è un fallimento del mercato e tra l’altro provoca dei costi per le aziende (e non solo per loro) che devono smaltire tonnellate di roba. Noi attiviamo un meccanismo alternativo che ha in sè un anagramma: pensiamo alla parola donare. E’ l’anagramma di denaro».
 
Insomma, alla fine donando si spreca di meno e si guadagna di più?
«Non semplifichiamo troppo, ma in parte è così. Nei nostri progetti abbiamo i dati che lo confermano: le aziende aderenti hanno iniziato percorsi virtuosi e il loro livello di spreco, o meglio, la loro necessità di smaltire derrate diminuisce. Quale migliore effetto etico e ecosostenibile?».